Cultura

Tutte le nostre case prendono il nome dai vecchi mestieri svolti dagli abitanti di Cavareno. Alcuni esistono ancora, altri si sono modificati, mentre molti rimangono solo nelle parole dei nostri nonni quando ci raccontano di un tempo che non c’è più. Ecco quindi che con l’aiuto della associazione Charta della Regola abbiamo deciso di raccontarli attraverso le nostre case, permettendo così anche ai nostri ospiti di capire un po’ di più il nostro territorio.

Chèlerin

Cameriera di trattoria, chellerina.
Deriva dal termine tirolese “Kellerin”

A fine Ottocento il Passo della Mendola divenne una stazione turistica importantissima all’interno dell’Impero Austroungarico. Tutta la “crema” della Nobiltà imperiale, compresi alcuni membri della Casa regnante, trascorrevano periodi di villeggiatura più o meno lunghi presso le strutture alberghiere del Passo, all’epoca tra le più sviluppate delle Alpi.
Anche i paesi limitrofi vennero interessati da un progressivo movimento turistico: nacque allora l’attività turistica di Ronzone, Malosco, Cavareno, Ruffrè.
Il Turismo apportò nuove prospettive di integrazione del reddito. Molti erano i turisti presenti, ospitati negli alberghi storici, in quelli che vennero costruiti a fine Ottocento e nelle abitazioni dei contadini, che cedevano la propria dimora ai turisti adattandosi a vivere nei locali secondari della casa.
Il lavoro stagionale crebbe, offrendo la possibilità di impiego a molte ragazze: chi era addetta alle cucine, chi alle pulizie delle stanze, chi invece addetta al servizio diretto degli ospiti, come le Chèlerine, le cameriere. Era questo un modo per aiutare la famiglia in un periodo storico contrassegnato da molta povertà.

Per capire la portata del fenomeno riportiamo quello che scriveva Lino Bertagnolli nel 1931:
“… Ho lasciato ultima, perché nuovissima, l’industria, se così è lecito chiamarla, dei forestieri, che va sempre più sviluppandosi. Per dare ad essa incremento vennero fondate negli ultimi anni Società d’Abbellimento e Comitati locali collo scopo di far conoscere colla propaganda e col réclame l’Anaunia e di rendere attraente, oltreché per le bellezze naturali anche per le comodità di vita che dette Società cercano di promuovere e di favorire, un soggiorno fra i monti nonesi. Mercè l’opera attiva e incitatrice di questi Comitati, coadiuvati ufficialmente dai singoli Comuni, s’abbellirono e si ingentilirono in questi ultimi anni i paeselli più adatti come soggiorno estivo e in essi furono introdotti o si vanno introducendo tutti i conforts richiesti per una villeggiatura signorile. Sanzeno, Coredo, Cavareno, Romeno, Fondo, Malosco, Ronzone e Mendola son già frequentati da una numerosa clientela di villeggianti che ogni anno vi vengono a passare i mesi caldi del giugno, luglio, agosto e settembre; clientela che va annualmente aumentando…”.

Muràr

Muratore

La tipica abitazione dei paesi dell’Alta Valle era un edificio costruito per contenere gli alloggi delle famiglie, per ospitare gli animali domestici, era una rimessa per gli attrezzi da lavoro ed il deposito per il cibo da utilizzare per alimentare uomini ed animali.
Spesso le case erano costruite addossate una all’altra, in modo da poter risparmiare lavoro e materiali.
I materiali utilizzati erano sabbia, pietre e legno: in pietra erano le fondazioni, il piano seminterrato che ospitava le stalle ed i depositi ed il primo piano che ospitava gli alloggi (i cartièri) per le famiglie. La parte rimanente (locali superiori e tetto) erano in legno.
Era consuetudine antica che il proprietario della casa chiedesse al Comune la possibilità di tagliare il legno necessario per la costruzione della casa da prelevare sul bosco comunale: per lo più larici, utilizzati per le travature e per la realizzazione delle tavole da usare per a copertura del tetto, le sciàndole.
Per le pietre e la sabbia necessari si ricorreva alle cave presenti in paese: le imprese di costruzione contavano molti addetti, ai quali spettava anche il compito di prelevare il materiale necessario.
La lavorazione e messa in opera della parte in legno era compito dei carpentieri (i marangóni), mentre la porzione in muratura era compito dei muratori (muràri).
Non si trattava di un compito facile, in quanto le grosse pietre che venivano utilizzate andavano lavorate ed adattate allo scopo.
Per questo, prima di fissare con la calce la pietra, era necessario un lavoro di scalpello e qui si valutava l’abilità del muratore.
Ogni muratore era assistito da uno o più manovali, ai quali spettava il compito di rifornire il materiale necessario: era questo un lavoro molto faticoso, specialmente quando si trattava di portare i pesanti carichi lungo le andadóre, i ponteggi che venivano realizzati in legno a fianco del muro perimetrale.

Rodàr

Carraio, costruttore di carri

Tra gli artigiani dediti alla lavorazione del legno él rodàr era uno di quelli più specializzati: era richiesta una notevole abilità, soprattutto per assemblare le varie parti che costituivano la ruota del carro. Come per tutte le forme di artigianato anche él rodàr poteva dirsi tale solo dopo tre anni di praticantato prestato gratuitamente presso un artigiano provetto. Era il periodo cosiddetto da giarzón.
La parte più impegnativa era la realizzazione della ruota. La tipica ruota si componeva di tre parti: il fuso (ciàu), realizzato con legno di noce o faggio, i raggi (le ràze), realizzati con legno di rubino ed i giavéi, (le parti esterne che sostenevano la lama di ferro che rinforzava la ruota) realizzati con legno di noce.
Per modellare il fuso si usava un tornio a pedale. Per fare il foro si utilizzava una normale trivella (foradór) dopo aver fissato il legno sul banco da falegname (banco da tìsler).
Il legno andava tagliato in luna calante e doveva essere stagionato per almeno 3 anni, per evitare che al variare delle condizioni meteorologiche subisse eccessivi aumenti di volume e forma.
Per modellare i giavéi si usavano dei modelli costruiti dall’artigiano di riferimento in base ai quali si ritagliava la forma del pezzo. Potevano servirne 5 o 6 per formare la ruota, in relazione alla grandezza. Il modello geometrico usato era il pentagono o l’esagono. La dimensione della ruota dipendeva anche dalla forma delle làme, in ferro, che ricoprivano la stessa e ne conferivano resistenza e solidità. Ogni giavél conteneva le sediper accogliere due ràze.
Terminata la preparazione delle parti si doveva procedere al loro assemblaggio, operazione che richiedeva estrema abilità e perizia. Lo strumento più antico che veniva utilizzato era un supporto di grosse dimensioni chiamato béc da rodar.
La prima operazione consisteva nel fissare i raggi al fuso. Terminata questa operazione si doveva mettere assieme tutta la ruota. In un primo tempo l’operazione era fatta a “freddo”. Si metteva la ruota nel béc in posizione orizzontale, si fissavano nei raggi i giavei, poi si appoggiava sulla stessa la lama. La prima operazione consisteva nel battere la lama col martello contro la ruota, in modo da fissarla. L’entrata definitiva della lama avveniva usando dei lunghi pali in legno che terminavano con un ferro a leva: le andople. Due persone facevano leva sulle andople e uno, col martello, batteva la lama affinché entrasse nella sede. Per assemblare due ruote ci si impiegava mezza giornata.
Nell’ultimo periodo di attività questa pratica era superata. Il fabbro riscaldava le lame che così aumentavano di volume. Le si appoggiava sulla ruota e le si fissava con le andople. Il raffreddamento e la relativa contrazione della lama compattava la ruota.

Notizie raccolte da Polli Guido, l’ultimo rodàr di Cavareno.

Tìsler

Falegname

Il bosco a ridosso dei paesi è sempre stato considerato come una grande risorsa di vita.
Già nelle antiche “carte di regola”, gli statuti comunali che ogni comunità approvò alla presenza di un notaio, i capifamiglia erano costretti a “giurare” sul mantenimento del bosco.
Dal bosco derivava la legna da ardere, il legname da costruzione ed il fieno per nutrire gli animali. Nel bosco si accompagnavano gli animali a pascolare, si trovavano le piante medicinali per porre rimedio alle malattie e si potevano reperire cacciagione, funghi e frutti per integrare la povera alimentazione. Si trattava pertanto di una risorsa primaria. Nel bosco si prelevava il legname necessario per costruire mobili e arredi. A tale compito era addetto il falegname, in dialetto tìsler, dal termine tedesco che indica tale professione.
In un paese come Cavareno operavano cinque o sei falegnami, spesso associati ad una impresa di costruzione edile.
Il lavoro veniva appreso a “bottega”, lavorando come garzone presso un altro artigiano. Al termine di questo apprendistato il falegname realizzava il primo lavoro personale: il banco di lavoro (bancón da tìsler). Lo stesso si poteva dire per tutti gli altri attrezzi: trivelle, morsetti, pialle, pialle per incastri venivano realizzati dal falegname che si serviva, per la parte in ferro, della collaborazione di un fabbro.
La bottega era collocata in una stanza dell’abitazione, ma spesso, durante il periodo invernale molto freddo, la bottega veniva trasferita all’interno dell’appartamento, in cucina, l’unico locale riscaldato nella casa. Il falegname realizzava letti, armadi, casse per gli abiti, tavoli e sedie, porte e finestre.

Sartór

Il sarto

In una società molto povera come era la nostra fino agli anni ’50 del secolo scorso, sarebbe stato impensabile poter acquistare vestiti e altri capi di abbigliamento.
Ogni famiglia allevava pecore per ottenere la lana necessaria e coltivava canapa e lino che, una volta filati, permettevano di avere la stoffa da utilizzare per realizzare i vestiti. Per lo più si ricorreva al lavoro del tessitore (él tesàder), anche se qualche famiglia disponeva di un proprio telaio.
Per un certo periodo si allevò il baco da seta: a Cavareno operò per tutto l’Ottocento una famiglia molto abile in questa lavorazione. Naturalmente la seta non era destinata al mercato interno, ma veniva commerciata nelle città.
Il compito principale del sarto consisteva nel tagliare la stoffa e realizzare abiti, cappotti ecc.
Non essendo permessi sprechi o cambi di corredo legati al variare della moda, al sarto spettava anche il compito di “recuperare” capi di abbigliamento in parte logori: così i cappotti venivano “rivolta-ti” e resi nuovamente utilizzabili, i pantaloni venivano recuperati con toppe e rinforzi e le camicie venivano rinnovate con la sostituzione del colletto. Lo stesso succedeva per gli indumenti dei bambini: lo stesso capo passava da un fratello all’altro grazie al sapiente e oculato lavoro del sarto.
Nella foto Battocletti Raffaele di Cavareno, della famiglia “Snàideri”. Tipico di ogni famiglia era possedere il proprio soprannome identificativo.
In questo caso il soprannome riprende il termine tedesco “Schneider”, cioè sarto, ad indicare che questa professione era passata di padre in figlio per più generazioni.

Contadìn

Il contadino

Sostanzialmente tutte le famiglie potevano essere indicate come “contadini”. In antichità si coltiva-vano frumento, orzo, miglio, segale, fave, piselli, legumi, rape (così dice la Charta di Regola). Successiva è la coltivazione del grano saraceno (formentòn). Il mais (turcès) venne introdotto nel ‘700 e le patate ai primi dell’ ‘800.
In autunno si seminavano le graminacee, che venivano raccolte in estate, da fine giugno a luglio. Le altre essenze si seminavano a primavera, in strisce lungo i confini dei campi. Dopo la raccolta delle granaglie, si seminava il grano saraceno che si raccoglieva a fine settembre/ottobre.
La fienagione non era praticata in tutta la campagna attorno al paese, per lo più coltivata, ed il fieno per foraggiare gli animali durante la cattiva stagione proveniva per la maggior parte dalla montagna.
Le granaglie, trasportate nelle case in covoni (le mandele), dovevano essere lavorate per staccare i semi dalla spiga, cioè battute sulle aie (batidura sui somàsi). I chicchi ottenuti si conservavano nei granàri, locali appositi in cui erano sistemate le arcie, specie di grandi armadi in larice. Quando serviva la farina si prelevava una certa quantità di granaglie che venivano portate ai mulini per la lavorazione.
La paglia che avanzava da questa lavorazione veniva usata per fare materassi (paierìzi) e per nutrire gli animali, mescolata con il fieno, da cui il nome mestura dato al foraggio.
Gli altri prodotti della terra venivano conservati per lo più seccati nelle cantine a volta delle case, i vòuti. Le rape in questi locali freschi ed asciutti mantenevano una certa vitalità, per cui a primavera emettevano dei lunghi germogli, i brumoi, che venivano utilizzati in cucina come gustosa primizia.
A fianco di questa attività il contadino era anche allevatore. Molte erano le specie di animali allevati per i più svariati usi. Primeggiavano le mucche, al punto da essere le bestie per eccellenza. Fornivano il latte ed erano aggiogate, zonzude, per il traino dei carri.
Per il lavoro erano pure allevati asini, cavalli e muli. Per il cibo oche e galline e maiali. Per la lana ed il latte si allevavano capre e pecore.